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“Una foto non è bella o brutta. Una foto è interessante o non lo è”. Questo dice Renato Zero nel documentario in cui parlano di me. Ed è quello che cerco di fare ogni volta che scatto una fotografia. Ed è bello che le persone che ho fotografato negli anni lo abbiano compreso. Lo scopo dell’arte è questo: stupire delle persone e ispirarne altre per continuare ad alimentare il tutto. Lo stesso Renato Zero intrattiene e ispira altre persone a rielaborare.

Marlon Brando, James Dean, Hitchcock, Dylan, Lennon sono persone speciali che non solo ci hanno fatto compagnia nei momenti brutti o belli ma sopratutto sono stati linfa vitale per altre persone, predisposte e nate per questo, ad alimentare una produzione di cose da leggere, da ascoltare o da guardare. Nel mio piccolo ho cercato di fare questo dall’inizio e credo di esserci riuscito. Non ho mai fatto una foto per raccontare un momento ma per raccontarlo a modo mio. Molti storceranno il naso, ma volenti o nolenti, ho inventato un genere fotografico che prima non c’era. Dare una motivazione artistica ad un genere fotografico che notoriamente era solo descrittivo. Vai a un concerto di Bjork e fai una foto e il risultato è Bjork che canta. Nel mio caso vado ad un concerto di Bjork e la foto che esce è un quadro astratto di Bjork che canta. Non succede sempre e non succede nella stessa modalità, certe volte è una foto “strana” altre volte è più “normale” ma ha comunque un significato che va oltre la documentazione. Quello che succede quando vai a vedere un quadro in una mostra. Qualcosa su cui discutere. Ed è comunque, nelle sue forme, ogni volta diverse, sempre riconoscibile. Ed ecco qui un altro elemento fondamentale, la riconoscibilità. Vedi una foto e riconosci subito che è la mia, a prescindere da chi o cosa ho fotografato. E qui scatta il collegamento con l’ispirazione di cui parlavamo prima. Rielaborare. Vedere qualcuno che cerca di fare quello che fai tu da una parte fa piacere ma dall’altra pensi “ma allora non hai capito niente!”. L’arte deve essere fonte di ispirazione per essere rielaborata e fatta tua. Se c’è una cosa peggiore di fare una foto senza anima è copiare una foto. La parola chiave è : ispirazione. Com’è successo ai Rolling Stones con Chuck Berry, o Joaquin Phoenix con Marlon Brando o Francoise Truffaut con Alfred Hitchcock. Continuare il percorso, alimentare il fuoco. In questi ultimi anni ho fotografato pochissimi concerti perché non avevo proprio tempo. Tra il documentario, la mostra e tutto il resto era impossibile ma mi è capitato di vedere le foto dei concerti o dei ritratti fatte ai musicisti che ci sono in giro. E’ avvilente. Non faccio paragoni ma credo di aver provato la stessa sensazione che ha Neil Young quando apre Spotify di nascosto e sente quello che c’è in giro e pensa “Ma che è sta roba?”. Nel suo caso ha aperto un sistema di lettori audio ad alta definizione per ascoltare al meglio la musica ad esempio (quella vecchia ovviamente).

E allora mi è venuta questa malsana idea. Perché non mettere questi fotografi in un ambiente pieno di arte e di situazioni che permetta loro di fare delle scelte? Cinque minuti sotto un palco e guardare le foto dei propri colleghi non bastano. Serve un ambiente, stimoli e confronti. Lo stesso motivo per il quale Andy Warhol fondò la Factory. Un ambiente predisposto dove la gente possa fare domande, avere delle risposte, ma soprattutto condividere perplessità e stare a contatto con altri e l’arte in generale. Vi pare normale che ci siano fotografi in giro che non hanno mai visto “Blow Up” di Antonioni o ascoltato un disco dei Velvet Underground? Nella sua Factory la gente vedeva lavorare Andy ma sopratutto metteva gli altri in una condizione di perenne ispirazione e collaborazione tra loro e alla fine uscì ad esempio Basquiat. Un genio. Non era Andy Warhol. Era qualcosa di diverso ma probabilmente la Factory lo aveva ispirato.

Quindi in questa Factory, la “SixFactory”, apro qualcosa che ha un nome istituzionale più semplice da comprendere per tutti: “l’accademia della fotografia musicale”. La chiamo accademia per due motivi.

Il primo perché dobbiamo sempre riconoscere la storia e ricordarci chi eravamo, l’altra, perché da amante del tennis ho sempre amato quei posti che in America chiamano “Academy” dove tutti i giovani tennisti vanno a cercare fortuna, tipo da Nick Bollettieri (chi ha letto “Open” di Andrè Agassi sa di cosa parlo) dove sono usciti Andrè, la Capriati e tanti altri.

Questo posto sarà un luogo di ispirazione, come nel caso della Factory di Warhol, di allenamento, come per le Academy dei tennisti ma sarà soprattutto la fabbrica di Willy Wonka e solo 6 persone a semestre avranno il loro Golden Ticket.

Si parte dal 4 ottobre. La Factory è al Quadraro, a Roma. E quel luogo sarà messo a disposizione per queste 6 persone, per 6 mesi e verrà diretto da me. Non c’è un programma ben definito. Ogni giorno ci saranno delle esperienze che ne porteranno altre. E’ un posto dove fare le foto con tutta l’attrezzatura necessaria, editarla, svilupparla, stamparla, dove ascoltare un vinile, suonare un piano, vedere un film. Dove c’è tutto il necessario.

Queste 6 persone devono avere delle qualità e la predisposizione alla collaborazione. Una cosa che negli ambienti sotto il palco spesso, in passato, è mancata. Quella sensazione di competizione che non ho mai compreso. Qui si sta insieme per capire se potete alimentare un processo creativo. Se volete godervi il viaggio.

Nell’arco del mese di Agosto e Settembre continueremo a prendere delle candidature. L’avrei voluta fare gratis questa cosa e magari un giorno lo sarà ma ad oggi non ci sono le condizioni con tutte le spese e il tempo. Sei mesi sono tanti. Il costo è il minimo indispensabile per gestire una roba così. E’ un associazione culturale riconosciuta. Non ci si guadagna. Il costo è quello preciso per alimentare quel posto. E’ la funzione di un associazione culturale è proprio questa. Quella di alimentare l’arte. Abbiamo tutti bisogno di un posto del genere. Soprattutto ora.

Per informazioni scrivete a me simone@simonececchetti.com.

Si comincia.